N.4 Febbraio 2026
Locus | Magazine Digitale
HSL Advisors
L’insuperabile linea Maginot, che pare separare in modo indefettibile lo studio della filosofia dalle best practice della revisione legale, tende a trasformarsi, quasi dissolvendosi, in un’esile traccia quando le due scienze si confrontano su argomenti e principi che riflettono il loro impegno nel perseguire la verità, la coerenza e la giustizia.
Se vogliamo porre un inizio a questo coraggioso dialogo tra filosofia e revisione, non possiamo che partire dalla Grecia, e dai miti platonici in particolare. Il più affascinante di questi miti è senz’altro quello della caverna, in cui il filosofo Platone descrive la condizione di un gruppo di prigionieri, i quali, fin dalla nascita, sono legati in modo tale da poter vedere solo le ombre proiettate sulla parete di una caverna. Queste ombre sono interpretate dai prigionieri come la realtà, quando invece altro non sono che riflessi di oggetti reali al di fuori della loro vista.
Le ombre proiettate sulla parete sono il primo livello della conoscenza: le credenze, in altri termini ciò che si presenta ai sensi, la sensazione come momento superficiale e immediato attraverso la quale si coglie la manifestazione esteriore, l’apparire delle cose.
Ebbene, allo stesso modo, la revisione dei bilanci può essere vista come un processo attraverso il quale si cerca di analizzare i dati economico finanziari, liberandoli da possibili distorsioni o errori e a far emergere la realtà economica effettiva di un’azienda. L’inganno dell’ombra potrebbe essere appunto l’illusione costituita da pratiche contabili ingannevoli o anche, più semplicemente, da una rappresentazione imprecisa della realtà aziendale.
Quando il revisore esamina il bilancio, ecco allora che egli tenta di uscire dalla caverna delle apparenze contabili che gli vengono proiettate, per cercare di trovare la verità dietro i numeri, e fornire un’immagine chiara e realistica della situazione economica.
Molti anni dopo Platone, anche Schopenhauer (il filosofo del pendolo) utilizzò la metafora del velo di Maya, che ben si presta alla lettura ragionevole del bilancio: ciò che vediamo potrebbe non essere la realtà ultima, ma occorre un’analisi più profonda per cogliere il vero significato delle cose (o dei numeri).
E quale sarebbe il metodo, o per meglio dire l’approccio, che il “filosofo revisore” utilizza per la ricerca della verità? I principi di revisione definiscono “scetticismo professionale” un atteggiamento che comprende un approccio dubitativo, attento alle condizioni che possono indicare possibili errori dovuti a comportamenti o eventi non intenzionali o a frodi, e una valutazione critica degli elementi probativi.
L’approccio dubitativo è senz’altro una derivazione dello scetticismo metodologico, che è una corrente di pensiero filosofica, nell’ambito della gnoseologia, nata nel contesto del razionalismo e dell’empirismo moderno, in particolare a partire da Cartesio. L’esperienza del dubbio, nel suo significato generale di stato di incertezza, di indecisione, in cui viene a trovarsi l’uomo per la difficoltà grave, o anche insormontabile, di giungere ad un’affermazione conclusiva, alla verità, sembra essere costitutiva dell’esistenza umana, o, in altri termini, una “struttura antropologica” specifica, per non dire essenziale.
“Dubito ergo sum” (“Dubito, dunque, sono”) non costituisce pertanto una provocazione, ma l’interpretazione autentica del celebre “Cogito” da cui Cartesio attinse l’essere del suo dubbio metodologico, quale strumento razionale per giudicare il valore della conoscenza empirica. Mentre gli scettici greci dubitavano effettivamente della possibilità di raggiungere una conoscenza vera della realtà, (specie in ambito metafisico), lo scetticismo metodologico di Cartesio si differenzia da questa corrente perché non nega affatto la possibilità di conoscenza vera, ma usa il dubbio solo come metodo per mettere alla prova le informazioni in nostro possesso e giungere così a certezze più difficilmente dubitabili.
Nella revisione legale, gli auditor adottano uno scetticismo professionale cartesiano: il dubbio è il motore per giudicare il valore di una conoscenza empirica, non si dà nulla per scontato, si esaminano le prove e gli elementi certi, si cercano conferme oggettive, si costruisce infine il giudizio. Il corredo terminologico utilizzato nelle procedure di revisione, quali appunto lo spirito critico ed il giudizio, impongono un immediato richiamo a Kant, uno dei padri del pensiero occidentale moderno. In una delle sue opere principali (Critica della ragion pratica), il filosofo tedesco approfondisce il tema dell’etica, che per essere universalmente valida deve fondarsi su norme dettate dalla coscienza stessa, basate su una legge morale universale, assoluta, libera da ogni condizionamento. Ebbene, anche “l’etica del revisore” sembra liberamente e certamente ispirata ai criteri di indipendenza e di legalità evocati dal filosofo tedesco.
Il revisore, come richiamato dall’art. 10 del D.lgs 39/2010, deve essere indipendente (non condizionato né condizionabile), possedere la capacità di non essere influenzato da condotte o comportamenti che possono compromettere il loro giudizio professionale. Ed ancora, in tema di richiamo all’etica kantiana, corre l’obbligo di ricordare che il revisore, nell’assolvimento del proprio incarico, ha una responsabilità etica e legale verso gli stakeholders dell’azienda, agendo nell’interesse pubblico, non solo in quello del cliente.
Qualche anno più tardi di Kant, un altro filosofo tedesco Nietzsche, soffermandosi sull’analisi critica delle strutture sociale ed economiche, e nel tentativo di smascherarne le distorsioni, adoperò la metafora del martello, ovvero di uno strumento per abbattere idoli, dogmi e false credenze, proprio come dovrebbe agire il revisore legale, che non può accettare acriticamente i numeri ed i dati così come gli vengono proposti, ma spesso deve munirsi, appunto, del martello nietzschiano per demolire le narrazioni aziendali ritenute infondate.
Oltre che del martello, vi è un altro “utensile” di cui il revisore dovrebbe dotarsi, ovvero del rasoio di Occam: a parità di condizioni, la spiegazione più semplice è da preferire. Questo principio filosofico può applicarsi certamente alle procedure di revisione, allorquando l’auditor si trovi, ad esempio, di fronte a incongruenze nei dati: anziché cercare spiegazioni complesse o ipotizzare scenari improbabili, si parte sempre dall’ipotesi più semplice e lineare, provando in modo razionale (tuttavia, senza mai ignorare i segnali d’allarme) a risolvere con efficienza la verifica e la ricerca dei dati. Non possiamo, a questo punto, non inserire nel nostro confronto l’eterna dialettica hegeliana. Proprio come la traccia filosofica di Hegel che si caratterizza per le 3 fasi (tesi, antitesi e sintesi), anche la revisione legale implica per gli auditor un dialogo dialettico continuo, che richiama la triade hegeliana.
La tesi è rappresentata dalle affermazioni dell’azienda (bilanci e dichiarazioni finanziarie), che riflettono una determinata visione della realtà economica. Il revisore, con approccio critico, introduce l’antitesi, attraverso le sue verifiche, domande e test di controllo, mettendo in discussione la coerenza e l’accuratezza delle informazioni fornite. Da questo confronto nasce la sintesi, ovvero il giudizio finale del revisore espresso nella relazione finale, che non può limitarsi ad una semplice conferma o smentita, ma rappresenta un risultato superiore che integra le posizioni iniziali pervenendo ad una verità oggettiva e verificata.
Possiamo allora concludere, sulla scorta di queste brevi considerazioni, che la filosofia e la revisione, pur appartenendo a mondi apparentemente distanti, condividono sorprendentemente un nucleo essenziale, fatto di rigore metodologico, ricerca della verità e capacità critica. Entrambe, seppure in ambiti diversi, si fondano sull’analisi razionale, sul dubbio costruttivo, e sulla valutazione oggettiva dei fatti, mirando a garantire coerenza, trasparenza ed affidabilità. Riecheggiando il pensiero socratico “so di non sapere”, sia il filosofo che il revisore adottano un atteggiamento di umiltà intellettuale: essi riconoscono i limiti della conoscenza come punto di partenza, per tendere e pervenire ad un’analisi obiettiva e imparziale dei fatti e dei numeri. Che possa, allora, l’approccio etico analitico, proprio della revisione, arricchirsi del pensiero filosofico, con la sua tensione verso la comprensione ed il giudizio libero ed equilibrato.